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Responsabilità dell'RSPP
Omessa collocazione degli estintori
Omessa valutazione del rischio da esposizione al rumore
Obbligo dell'osservanza delle prescrizioni contenute nel CPI
CPI e deposito di capi di abbigliamento
Manutenzione degli indumenti protettivi dei lavoratori
I lavoratori non possono compiere manovre pericolose non di competenza
Infortunio sul lavoro: responsabilità del datore di lavoro
Compiti e responsabilità dell'RSPP
Assenza del CPI in una scuola: responsabilità
Efficacia della delega di attribuzioni n tema di sicurezza aziendale

Le sentenza sulla sicurezza sul lavoro

Sicurezza del lavoro – La designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione ai sensi del Testo Unico, non esclude la responsabilità del datore di lavoro.
Il responsabile del servizio di prevenzione e protezione è, in altri termini, una sorta di consulente del datore di lavoro ed i risultati dei suoi studi e delle sue elaborazioni, come pacificamente avviene in qualsiasi altro settore dell'amministrazione dell'azienda, vengono fatti propri dal datore di lavoro che lo ha scelto, con la conseguenza che quest'ultimo, delle eventuali negligenze del primo, è chiamato comunque a rispondere. Secondo lo schema originario del decreto, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione è figura che non si trova in posizione di garanzia e non risponde delle proprie negligenze, in quanto la responsabilità fa capo al datore di lavoro. Senonchè tale schema originario ha subito nel tempo una evoluzione, che ha indotto il legislatore ad introdurre con il D.Lgs. n. 195 del 2003 una norma (con l'art. 8 bis) che prevede la necessità in capo alla figura del responsabile del servizio di prevenzione e protezione di una qualifica specifica. La modifica normativa ha comportato in via interpretativa una revisione della suddetta figura, nel senso che il soggetto designato responsabile del servizio di prevenzione e protezione, pur rimanendo ferma la posizione di garanzia del datore di lavoro, possa, ancorché sia privo di poteri decisionali e di spesa, essere ritenuto corresponsabile del verificarsi di un infortunio, ogni qual volta questo sia oggettivamente riconducibile ad una situazione pericolosa che egli avrebbe avuto l'obbligo di conoscere e segnalare, dovendosi presumere, nel sistema elaborato dal legislatore, che alla segnalazione avrebbe fatto seguito l'adozione, da parte del datore di lavoro, delle necessarie iniziative idonee a neutralizzare detta situazione
Cassazione Penale - Sezione IV, n. 6277 del 08/02/2008


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Sicurezza del lavoro – omessa collocazione di idonee apparecchiature antincendio nell’ambito di locali non destinati esclusivamente ad attività lavorativa – reato di cui all’art. 451 cod. pen. – configurabilità sussistenza.
(rif. norm.: artt. 451 cod. pen.; 33-389 DPR n. 547/55) L’omessa collocazione di idonee apparecchiature antincendio nell’ambito di locali non destinati esclusivamente ad attività lavorativa configura il reato di cui all’art. 451 cod. pen. e non già la violazione della norma di cui all’art. 33 del DPR n. 547/55, posto che tale ultima disposizione è finalizzata ad assicurare la protezione dei lavoratori dipendenti nell’ambito della sede in cui ha luogo la prestazione lavorativa, mentre il reato di cui all’art. 451 cod. pen., ricompreso tra i delitti contro l’incolumità pubblica, è concepito in funzione dell’esigenza di prevenire genericamente il prodursi di incendi ed altri disastri, oltre che di infortuni sul lavoro, anche in luoghi in cui non v’è solo la presenza di lavoratori dipendenti. La sentenza in commento ravvisa l’elemento differenziale tra il delitto di cui all’art. 451 cod. pen. e le contravvenzioni antinfortunistiche nella diversità degli eventi lesivi che le disposizioni mirano a tutelare e nella finalizzazione del delitto alla salvaguardia anche di coloro che non operano come lavoratori dipendenti. Nella specie si trattava dell’inadeguata predisposizione delle attrezzature antincendio in una discoteca, laddove l’esigenza di prevenire il verificarsi di incendi mira a tutelare anche il pubblico e non i soli lavoratori. Per la verità la giurisprudenza prevalente tende ad individuare l’elemento caratterizzante del delitto in questione nella determinazione di un pericolo per un numero indeterminato di persone (cfr: Cass. 18.7.96, Dini), circostanza che è, invece, irrilevante per l’integrazione delle contravvenzioni in materia di sicurezza del lavoro.
Cass. sez. IV pen. 2.3.99 (ud. 1.10.98) n. 2756 ric. Bergese


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Sicurezza del lavoro - omessa valutazione del rischio da esposizione a rumore - reato permanente - successione di leggi - normativa sopravvenuta durante la permanenza del reato - applicabilità - sussistenza.(rif. norm.: artt. 40-50 D.lgs. n.277/91; art. 2 cod. pen.)
L'omessa valutazione del rischio provocato dall'esposizione dei lavoratori ai rumori dannosi configura un reato omissivo proprio, di natura permanente, la cui permanenza cessa o con la cessazione della condotta omissiva del datore di lavoro, che provvede all'adempimento dell'obbligo posto a suo carico dalla legge, o con la pronuncia della sentenza di primo grado. In caso di successione di leggi penali, in forza della struttura del reato permanente, che ne preclude la scissione in più reati, parte dei quali anteriori e parte posteriori alla nuova legge, quando la permanenza del reato si protragga nel vigore della legge sopravvenuta, che considera come reato il medesimo fatto, limitandosi a punirlo più gravemente, la condotta criminosa resta unica ed è punita ai sensi della legge sopravvenuta
La giurisprudenza è costante nell'affermazione dei principi massimati. Basti citare, quanto alla natura permanente del reato di cui agli artt.40-50 del D.lgs. n.277/91, Cass. 3.4.98, Bo, e, quanto all'inscindibilità del reato permanente, integralmente attratto nella disciplina della legge sopravvenuta, Cass. 12.1.99, Cartillone. Nella specie il problema si era posto perché l'originaria stesura dell'art. 50 sanzionava il reato in questione con la sola pena dell'ammenda, mentre operando la revisione delle sanzioni nella materia della sicurezza e dell'igiene del lavoro il D.lgs. 19 dicembre 1994 n.758 ha introdotto, come criterio generale, la sanzione alternativa dell'arresto o dell'ammenda. Poiché la condotta, nella specie, era proseguita dopo l'emanazione del D.lgs. n.758/94, è stata ritenuta applicabile la pena alternativa a tutta la fattispecie criminosa, unitariamente considerata.
Cass. sez. III pen. 1.12.99 (ud. 18.10.99) n. 13719, ric. Cacchiarelli

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Sicurezza del lavoro - attività produttiva che presenti rischio di incendio - necessità di osservare le prescrizioni del certificato di prevenzione incendi - sussistenza - necessità di evitare anche l'accensione e non la sola propagazione del fuoco - sussistenza.
(rif. norm.: art.36 DPR n.547/55; L. 7.12.84 n.818; art.449 cod. pen.)
Nel caso in cui il rischio di incendio sia insito nelle caratteristiche dell'attività svolta, l'imprenditore è tenuto non solo ad osservare le prescrizioni del certificato di prevenzione incendi, facendo in modo che non venga mai superato il quantitativo massimo di sostanze infiammabili consentito dal certificato rispetto alla superficie dei locali, ma anche a porre in essere le dovute cautele, volte ad evitare anche la semplice possibilità di accensione del fuoco e non solo la propagazione o la magnitudo del fuoco.
In uno stabilimento per la lavorazione di tessuti era stato accumulato un quantitativo di materiale, potenzialmente infiammabile e quindi idoneo a provocare un incendio, superiore a quello consentito dal certificato di prevenzione incendi, in relazione alla superficie ed alle caratteristiche dei locali. Inoltre i consulenti nominati dal giudice avevano accertato che la stessa collocazione dell'impianto di aspirazione nel locale in cui era ammassata la merce da lavorare costituiva un fattore di rischio. La Corte ha ritenuto di dovere ravvisare un profilo di colpa nella condotta dell'imprenditore (condannato, infatti, per incendio colposo) anche con riguardo alla semplice accensione del fuoco, resa possibile dalle indicate condizioni di rischio, e non solo con riguardo al successivo evento costituito dalla propagazione del fuoco, agevolata dalle condizioni di eccessivo accumulo del materiale. Va segnalato che in tema di incendio colposo la mancata individuazione del fattore innescante la combustione risulta irrilevante ai fini dell'affermazione della penale responsabilità di colui che pose e mantenne le condizioni per il verificarsi dell'evento, cioè per l'appiccarsi e lo svilupparsi del fuoco, sino a raggiungere le caratteristiche e le proporzioni di un incendio (Cass.25.10.89, Casella; Cass.10.8.87, De Angelis).
Cass. sez. IV pen. 23.12.99 (ud. 3.11.99) n.14524, ric. Giacometti

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Sicurezza del lavoro - prevenzione incendi - attività soggette - magazzini di deposito di fibre tessili vegetali ed artificiali - deposito all'ingrosso di abbigliamento - applicabilità della normativa - esclusione
(rif. norm.: artt.36-37 DPR n.547/55; DPR 26.5.59 n.639; DM 16.2.82)
Le aziende e lavorazioni soggette, ai fini della prevenzione degli incendi, al controllo del Comando del Corpo dei Vigili del Fuoco sono state determinate con DPR 26.5.59 n.639 e tra esse rientrano i "magazzini di deposito di fibre tessili vegetali ed artificiali che brucino con sviluppo di fiamma" (n.49 della tabella A). In tale categoria non può essere ricompreso un deposito all'ingrosso di abbigliamento, perché i capi di abbigliamento sono prodotti finiti e non fibre grezze e non hanno, come queste ultime, caratteristiche di elevata infiammabilità.
E' interessante notare che, nella specie, era stato lo stesso Comando dei Vigili del Fuoco a ritenere il magazzino in questione soggetto alla normativa sulla prevenzione degli incendi, riconducendolo alla categoria di cui al n.49 della tabella A del DPR n.639/59. La Corte ha escluso la necessità del controllo dei Vigili del Fuoco, con riguardo all'ampiezza ed alla destinazione dei locali, anche alla stregua delle disposizioni del DM 16.2.82, che adottano quali parametri di riferimento per individuare le attività soggette a controllo quelli costituiti dall'estensione dei locali oltre una certa superficie e dalla presenza del pubblico nei locali stessi.
Cass. sez. III pen. 11.1.00 (ud. 24.11.99) n.101, ric. Contiero

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SICUREZZA DEL LAVORO: È A CARICO DEL DATORE DI LAVORO LA MANUTENZIONE DEGLI INDUMENTI PROTETTIVI
L' idoneità degli indumenti di protezione, che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori - a norma dell'art. 379 del DPR 27 aprile 1955, n. 547 (norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro) fino alla data di entrata in vigore del d.lgs. 19 settembre 1994, n. 626 e ai sensi degli artt. 40, 43, terzo e quarto comma, di tale decreto, per il periodo successivo - deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi ai lavoratori, ma anche durante l'intero periodo di esecuzione della prestazione di lavoro. Solo in tal modo si consegue lo scopo della norma che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l'insorgenza e il diffondersi d'infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso deve considerarsi a carico del datore di lavoro.
CASSAZIONE, Sez. lavoro., 5 novembre 1998, n. 11139

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Divieto per il lavoratore di compiere di sua iniziativa manovre non di sua competenza quando possono compromettere la sicurezza.
In materia di infortuni sul lavoro l'art. 6 lett. E del D.P.R. n. 457 del 1955 dispone che i lavoratori non devono compiere, di loro iniziativa, operazioni o manovre che non siano di loro competenza e che possano compromettere la sicurezza propria o di altre persone. Il rispetto di questo dettato normativo è di fondamentale importanza affinché si possa avere ragione in una causa proposta contro il proprio datore di lavoro, in seguito ad un infortunio. Si noti che nel testo normativo viene evidenziato la dicitura "di loro iniziativa", evitando così la responsabilità del lavoratore, allorquando sia lo stesso datore di lavoro a imporre di svolgere un'attività che esula dalle mansioni comunemente svolte. Venendo a proporre un caso concreto, non incorre in questo divieto (non compiere operazioni o manovre che non siano di competenza) la lavoratrice occupata in un pastificio quale addetta al confezionamento delle scatole di cartone destinate a contenere i sacchetti di pasta (e con necessità, seppure saltuaria, di usare uno strumento da taglio per liberare i cartoni dallo spago) che si dedichi anche al confezionamento di sacchetti di pasta, chiudendo gli stessi con filo metallico plastificato o con nastro adesivo (da tagliarsi in corrispondenza della misura necessaria). Deve pertanto ritenersi che, ove nel confezionare i sacchetti di pasta essa si ferisca con lo strumento da taglio, le competa un indennizzo per la lesione riportata. Infatti le operazioni da lei eseguite nello svolgimento di tali mansioni non appaiono tali da "compromettere la sicurezza propria o di altre persone".
Cassazione, sez. lavoro, n. 12578 del 12 novembre 1999


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RESPONSABILITA' PENALE DEL DATORE DI LAVORO CONSEGUENTE AD UN INFORTUNIO SUL LAVORO.
La Cassazione, con un orientamento costante determinatosi dalle sue numerose sentenze, da tempo ha affermato il principio secondo il quale: "il datore di lavoro non si libera della responsabilità in ordine agli infortuni con la semplice emanazione delle necessarie istruzioni, ma è tenuto altresì a vigilare affinché esse siano osservate. In mancanza di tale vigilanza, che può essere attribuita ad un preposto idoneo dal punto di vista tecnico e culturale, viene meno all'obbligo di vigilare sulla puntuale osservanza delle norme di sicurezza da parte dei lavoratori". Tale sentenza ha origine dalla condanna inflitta (L. 400.000 di multa) al Presidente del consiglio di amministrazione di una azienda per il reato di lesioni colpose nei confronti di un'operaio. Il lavoratore, accingendosi a compiere un travaso di vernice da una caldaia all'altra, caricò la caldaia piena sulle forche di un carrello elevatore (c.d. muletto), e vi pose sotto la caldaia vuota. In seguito sollevò la caldaia piena da un lato, inclinandola, di conseguenza questa cadde e l'operaio, nel tentativo di fermare la caduta, riportò lesioni ad una mano. La manovra eseguita era tecnicamente scorretta, perché, rilevò la Corte d'Appello di Milano, l'operatore avrebbe dovuto seguire una diversa procedura, in base alla quale si doveva usare un cavalletto, presente nel reparto, e assicurare la caldaia piena a mezzo di catene, proprio al fine di prevenirne la caduta. La responsabilità penale del datore di lavoro venne individuata dalla Corte d'Appello con la propria sentenza del 24 settembre 1998 "nella carenza di istruzioni circa la corretta esecuzione del travaso, istruzioni che furono poi fornite per iscritto soltanto sei mesi dopo l'incidente, nonché nel fatto che l'imputato non si recò mai nel reparto per verificare le modalità di svolgimento della suddetta operazione, né delegò a ciò altro idoneo dipendente, ponendo quindi in essere una ipotesi di culpa in vigilando". E' opportuno ricordare che "l'obbligo del datore stesso di vigilare affinché siano impediti atti o manovre rischiose del dipendente nello svolgimento del suo lavoro e di controllare l'osservanza da parte dello stesso delle norme di sicurezza e dei mezzi di protezione non comporta una continua vigilanza nell'esecuzione di ogni attività né il dovere di affiancare un preposto ad ogni lavoratore impegnato in mansioni richiedenti la prestazione di una sola persona, o di organizzare il lavoro in modo da moltiplicare verticalmente i controlli fra i dipendenti, richiedendosi solo una diligenza rapportata in concreto al lavoro da svolgere, e cioé alla ubicazione del medesimo, all'esperienza e specializzazione del lavoratore, alla sua autonomia, alla prevedibilità della sua condotta, alla normalità della tecnica di lavorazione". (Cassazione sez. lav., 10 luglio 1996, n. 6282).
Cassazione sez. penale, 30 ottobre 1999, n. 12331


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Compiti e responsabilità del responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.
Una recente sentenza della giurisprudenza di merito affronta in modo esemplare la rete di responsabilità dei vari soggetti aziendali e i compiti specifici del responsabile del servizio aziendale di prevenzione e protezione. Innanzitutto ribadisce il principio fondamentale contenuto nel D. Lgs. n. 626/94: «l'adozione di procedure di sicurezza e l'affissione delle relative norme all'esterno dei luoghi pericolosi non rientra nei compiti del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il quale ha il mero obbligo nei confronti del datore di lavoro di segnalare la presenza di omissioni in materia, dovendo, poi, il datore di lavoro stesso provvedere all'applicazione delle prescrizioni del caso».
Infatti il servizio di prevenzione elabora e propone le procedure, qualora ciò non sia già stato fatto da consulenti esterni, ma non ha il potere di adottarle, e per questo motivo il D.Lgs. 626/94 esonera da responsabilità penali dirette i soggetti che fanno parte di tale servizio, qualora abbiano svolto i propri compiti nei limiti individuati con precisione dalla legge prevenzionistica.
La sentenza sottolinea che, ai sensi del D. Lgs. n. 626/94 “ le funzioni del servizio di sicurezza sono di natura consultiva all'interno dell'organizzazione aziendale, essendo costituito allo scopo di supportare il datore di lavoro per lo svolgimento dei compiti di prevenzione e protezione dai rischi. Ciò si evince sia dal contenuto dell'art. 9, che analiticamente elenca i compiti del servizio, individuandoli come compiti di analisi e studio e di elaborazione di interventi, e non come compiti di carattere decisionale, sia dal fatto che è espressamente previsto che il datore di lavoro si avvalga di persone esterne all'azienda, dotate di competenze professionali specifiche, sia infine dal fatto che in tutti i titoli della analitica normativa relativa ai vari settori di intervento non è mai previsto alcun obbligo o responsabilità del servizio o del suo responsabile”

Pretura - sez. distaccata di Mezzolombardo (TRENTO) in data 25 gennaio 1999.


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Assenza del Certificato di Prevenzione Incendi in una scuola - Responsabilità
Con la sentenza indicata in epigrafe, il Tribunale di Lucca - Sezione distaccata di Viareggio, condannava B.Q.R., quale Assessore ai lavori pubblici "pro tempore" del comune di Viareggio, alla pena di lire 1.000.000 di ammenda in ordine alla contravvenzione di cui agli artt. 36 (in riferimento ai pp. 15-85-91 del D.M. 16 febbraio 1982) e 389, lett. c), D.P.R. n. 547/1955, accertata il 28 febbraio 1996, in quanto un istituto scolastico era privo del certificato prevenzione incendi.
Ricorre per cassazione l'imputato, deducendo:
1) erronea applicazione della legge penale sostanziale, giacché il fatto ascrittogli non rientrava nella previsione del D.P.R. n. 547/1955, bensì in quella specifica della legge n. 818/1984 (artt. 1 e 5), dichiarata incostituzionale con sentenza 11-14 giugno 1990, n. 282, per cui il fatto non è più previsto dalla legge come reato;
2) in subordine, illegittimità costituzionale dell'art. 36, D.P.R. n. 547/1955 - per contrasto con l'art. 25, comma 2, Cost. - in quanto, per la determinazione dei soggetti attivi del reato, effettuerebbe un rinvio a fonte non legislativa.
All'odierna udienza il P.G. ... conclude come riportato in epigrafe.

Motivi della decisione

Al prevenuto è stata contestata la contravvenzione prevista dagli artt. 36 (precetto) e 389, lett. c) (sanzione) del D.P.R. n. 547/1955, in quanto, relativamente all'istituto scolastico in questione, "ometteva di chiedere il certificato antincendio al Comando provinciale dei Vigili del Fuoco".
La norma suddetta, com'è noto, sottopone al controllo antincendio le "aziende e lavorazioni" aventi specifiche caratteristiche e determinate dal D.P.R. n. 689/1959.
La materia in questione è stata successivamente toccata anche dalla L. n. 818/1984, che, introducendo il nulla-osta provvisorio per le attività soggette ai controlli di prevenzione incendi, ampliava la categoria delle stesse, rinviando per l'individuazione di tali "attività" al D.M. 16 febbraio 1982.
Questa disposizione è stata ritenuta illegittima dalla Corte costituzionale, con la ricordata sentenza n. 282/1990, per contrasto con l'art. 25, comma 2, Cost. ("viene così demandata all'amministrazione la determinazione di tutti i termini normativi rilevanti per l'individuazione del fatto tipico, contraddicendo l'esigenza che sia la legge, e solo la legge dello Stato, a stabilire, con sufficiente precisione, gli estremi del fatto"), per cui si pongono due problemi ermeneutici tra loro intimamente connessi: il primo è stabilire se la norma del 1984, dichiarata incostituzionale, avesse a suo tempo abrogato quella del 1957; il secondo - in caso di accertata sopravvivenza di quest'ultima norma - è valutare l'incidenza della decisione della Consulta sul reato da essa previsto.
Ebbene, ricorda il Collegio che, anche prima della sentenza della Corte costituzionale, molte decisioni successive all'entrata in vigore della L. n. 818/1984 (tra le tante: Sez. III, 5 novembre 1986, n. 12318, Giordani; Sez. III, 13 settembre 1985, n. 8042, Sanguanini; Sez. III, 6 maggio 1985, n. 4152, De Simone) hanno avuto ad oggetto le contravvenzioni previste dagli artt. 36 e 37 del D.P.R. del 1955, quindi implicitamente non ritenendole abrogate per effetto della nuova legge.
Questo orientamento è stato ribadito pure successivamente alla menzionata sentenza della Consulta, avendo ritenuto la Corte di cassazione - esplicitamente (Sez. III, 18 febbraio 1992, n. 2696, Fusca) o implicitamente (Sez. III, 12 febbraio 1998, Kot) - ancora vigenti le norme di cui agli artt. 36 e 37, D.P.R. n. 547/1955.
Difatti, anche la decisione menzionata dal ricorrente (Sez. III, 27 aprile 1992, n. 6894, P.M./Parisi), apparentemente contrastante con detto consolidato orientamento, a ben guardare, si limita ad affermare l'ovvia conseguenza (insussistenza del reato) della pronunzia della Consulta sulle norme dichiarate incostituzionali (artt. 1, comma 1, e 5, comma 1, L. n. 818/1984), ma non che, per effetto della stessa, devono ritenersi non più penalmente punibili le contravvenzioni previste dagli artt. 36 e 37 in questione.
Assodato, quindi, che dette norme incriminatrici non sono state toccate dalla successiva L. n. 818/1984, nè dalle vicende alla stessa occorse, bisogna stabilire a quali condizioni esse possono considerarsi compatibili con l'art. 25 Cost., paladino del principio della riserva di legge, sì da rimanere esenti da sospetti di incostituzionalità.
Ad avviso del Collegio la soluzione - peraltro recentemente adottata da questa stessa Sezione (Sez. III, 15 marzo 2000, Pezzini) - è di tutta evidenza: sono tuttora "penalmente" assoggettate al rilascio del certificato di prevenzione incendi quelle "aziende e lavorazioni" specificamente indicate nelle Tabelle "A" e "B" approvate con D.P.R. n. 689/1959; non lo sono, invece, le "attività" individuate con il D.M. 16 febbraio 1982.
E allora, venendo alla fattispecie in esame, si rileva in ordine alla sussistenza del reato "de quo" che, mentre il citato decreto ministeriale, pone, tra le attività soggette al rilascio del detto certificato, "scuole di ogni ordine, grado e tipo, collegi, accademie e simili per oltre 100 persone presenti" (punto 85), "depositi ... di liquidi ... combustibili" (punto 15), "impianti per la produzione del calore alimentati a combustibile solido, liquido o gassoso con potenzialità superiore a 100.000 Kcal/h" (punto 91), per cui certamente la previsione è comprensiva anche del caso in trattazione, esso non risulta invece assimilabile a nessuna delle ipotesi indicate dalle tabelle del D.P.R. del 1959. Peraltro, anche sotto il profilo del contratto accusatorio, è fatto espresso riferimento al D.M. del 1982 e non al D.P.R. del 1959.
Ne consegue che la fattispecie in esame non può, nel presente contesto normativo, considerarsi penalmente sanzionata.

Per questi motivi
La Corte annulla senza rinvio l'impugnata sentenza perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato. CASSAZIONE Sez. pen. Sentenza 19.09.2000, n. 9823 - Pres. Avitabile - Est. Grillo

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Delega di attribuzioni all'interno dell'azienda
Svolgimento del processo e motivi della decisione.

1. - Con sentenza del 20 luglio 2001 la Corte di appello di Trento ha confermato quella resa il 5 aprile 2000 dal locale tribunale, che aveva assolto per non aver commesso il fatto Guido Conci, imputato del reato p. e p. dagli artt. 12, n. 2 e 21, comma 3, legge 319/1976 e succ. mod., perché - nella sua qualità di legale rappresentante della s.c. a r.l. Cantina Mezzocorona - aveva effettuato scarichi di acque reflue superanti i limiti di legge per il parametro rame. I giudici di merito hanno ritenuto che il presidente e legale rappresentante della cantina aveva delegato pieni poteri nella soggetta materia al direttore generale Rizzoli, che aveva competenze gestionali e finanziarie.

2. - Il procuratore generale di Trento ha proposto ricorso per cassazione, osservando che la Corte territoriale non ha indicato alcuna circostanza di fatto che consentisse di provare il rispetto delle condizioni di operatività penale della delega: cioè forma scritta, contenuto specifico, requisiti di capacità e idoneità del delegato, presupposto di legittimità connesso alle dimensioni dell’impresa.

3. - La sentenza di questa Corte (sez. III, n. 422 del 17 gennaio 2002, Natali, rv. 215159), citata dal pubblico ministero ricorrente a sostegno dell’impugnazione, non può essere condivisa laddove richiede come condizione di operatività penale della delega la forma scritta e la dimensione dell’impresa, tale da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità.
Invero, perché la delega di attribuzioni all’interno dell’azienda sia seria e reale, e non un mezzo artificioso per scaricare la responsabilità a livelli mansionali inferiori e comunque inadeguati a sopportarli, è necessario che:
a) essa abbia forma espressa (non tacita) e contenuto chiaro, in modo che il delegato sia messo in grado di conoscere le responsabilità che gli sono attribuite;
b) il delegato sia dotato di autonomia gestionale e di capacità di spesa nella materia delegata, in modo che sia messo in grado di esercitare effettivamente la responsabilità assunta; c) il delegato sia dotato di idoneità tecnica, in modo che possa esercitare la responsabilità con la dovuta professionalità.
Al di là di queste condizioni, tutte le altre indicate nella sentenza Natali non sono intrinsecamente necessarie per trasferire attribuzioni mansionali e connesse responsabilità penali dal delegante al delegato, ovvero non sono altro che specificazioni contingenti delle condizioni necessarie suddette.
Tali condizioni devono essere rigorosamente provate secondo i principi generali che disciplinano la prova nel processo penale; ma nessuna norma positiva giustifica la richiesta di una prova scritta dell’esistenza della delega. Neppure può sostenersi che la delega non è scriminante se le dimensioni dell’azienda non impongono il decentramento delle mansioni.
Altre ragioni possono giustificare il conferimento della delega, per esempio la titolarità di altre piccole aziende in capo al rappresentante legale, ovvero la particolare professionalità di un dirigente in un settore ad alto tasso tecnico che induce il titolare dell’azienda ad affidargli la responsabilità del settore, e simili.
Quello che il giudice penale deve accertare per inferirne un trasferimento di responsabilità è che non si tratti di una delega apparente: per esempio che il delegante non abbia continuato a ingerirsi nella gestione del settore delegato, ovvero abbia ostacolato la spesa deliberata dal delegato
(sintomi inequivoci della apparenza della delega). Quel che invece non può fare è elaborare senza alcuna base normativa o dommatica rigidi principi generali per sottrarsi al dovere degli accertamenti probatori concreti.

4. - Nel caso di specie, però, i giudici di merito, e in particolare quello d’appello, hanno correttamente ritenuta raggiunta la prova della serietà e effettività della delega. In particolare, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, hanno accertato, attraverso le deposizioni testimoniali dello stesso direttore generale delegato e del responsabile di laboratorio, che la delega era stata conferita in forma espressa e con chiaro contenuto, che il delegato era professionalmente idoneo nel settore della depurazione delle acque, che inoltre era dotato della necessaria autonomia gestionale e finanziaria.
Le censure formulate al riguardo dal ricorrente o sono giuridicamente infondate o involgono una rivalutazione del fatto, che è preclusa in sede di legittimità. Il ricorso va quindi respinto. (Omissis).

Con questa sentenza della Corte di Cassazione penale, sez. III, 26 maggio 2003, n. 22931, si è statuito che “affinché la delega di attribuzioni all’interno dell’azienda sia seria e reale, e non un mezzo artificioso per scaricare le responsabilità, essendo necessario che essa abbia forma espressa e contenuto chiaro in modo che il delegato sia messo in condizione di conoscere le responsabilità che gli sono attribuite, che il delegato sia dotato di autonomia gestionale e di capacità di spesa nella materia delegata, in modo da esercitare la responsabilità assunta e infine che il delegato sia dotato di idoneità tecnica e professionale, a nulla rileva ai fini della operatività della delega la forma scritta e la dimensione dell’impresa, tale da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità”.

Corte di Cassazione penale, 26 maggio 2003, n. 22931 Affinché la delega di attribuzioni all’interno dell’azienda sia seria e reale, e non un mezzo artificioso per scaricare le responsabilità, essendo necessario che essa abbia forma espressa e contenuto chiaro in modo che il delegato sia messo in condizione di conoscere le responsabilità che gli sono attribuite, che il delegato sia dotato di autonomia gestionale e di capacità di spesa nella materia delegata, in modo da esercitare la responsabilità assunta e infine che il delegato sia dotato di idoneità tecnica e professionale, a nulla rileva ai fini della operatività della delega la forma scritta e la dimensione dell’impresa, tale da giustificare la necessità di decentrare compiti e responsabilità.
(Nel caso in pecie si definisce la responsabilità del direttore generale di una cantina per il reato di cui agli artt. 12 e 21 della legge 319/1976 e successive modificazioni, per aver effettuato scarichi di acque reflue superanti i limiti di legge per il parametro rame).

Cassazione penale, sez. III, 26 maggio 2003, n. 22931 (ud. 13 marzo 2003). Pres. Zumbo - Est. Onorato Ric. Conci.

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Le sentenze
Modulistica VV.F.
Termini antincendio

E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 22.09.2011 n. 221 della S.G., il DPR n. 151 del 01.08.2011 recante il Nuovo Regolamneto di Prevenzione incendi, finalizzato alla richiesta del Certificato di Prevenzione Incendi.

Il nuovo regolamento tende allo snellimento dell'attività amministrativa e alla semplificazione dei procedimenti con l'introduzione di diverse classificazioni aziendali.